Il Tartufo, Appunti dalle tradizioni orali

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IlTartufo, Appunti dalle tradizioni orali

di Silvio Spanò

TartufoE' attività che si perde nel tempo, ma che ha sempre rappresentato una duplice motivazione: quella economica e quella passionale. Mentre attualmente prevale quella passionale, quasi come un ricordo - tranne poche eccezioni - nell'anteguerra in alcuni casi risultava molto utile, se non indispensabile, a sbarcare il lunario. Pertanto la molla primaria risiedeva nell' interesse economico.


Ma anche allora, come oggi, occorreva avere una netta predisposizione all' addestramento del cane e all'instaurare con lui un particolare rapporto. I cani "da tartufi" sono i principali "strumenti - collaboratori" e devono essere appositamente addestrati: certamente tenderebbero a prediligere le emanazioni della selvaggina, tanto che raramente possono ignorare la sua usta invitante, anche in presenza della scia odorosa di un tartufo prossimo!

Qualunque razza o meticcio può risultare valida; in linea di massima si ritiene che i meticci siano più robusti e docili, mentre è noto che cani di razza pura e di grande potenza olfattiva, quali ad esempio i pointers, qualora piegabili a questa particolare cerca, dettagliata e calma, siano da preferirsi a tutti gli altri. Comunque gli attuali trifulau hanno di norma meticci o anche indefinibili "bastardi", sovente di sesso femminile, di più facile dressaggio.


Il cane riesce a percepire l'emanazione del tartufo fino a circa 30 cm sottoterra, ma si sono verificati scavi lunghi alcuni metri per rintracciare il tartufo il cui odore era stato "canalizzato" lontano ad esempio attraverso gallerie di talpe o topi (attenzione dunque, nello scavo, a non interromperle, pena la perdita della corretta indicazione ed emanazione). Il gelo e il secco favoriscono la risa-lita in superficie dell'odore, mentre la pioggia ed il clima umido in genere la impediscono, aumentando le difficoltà della ricerca.

Di questo e d'altro mi ha parlato ad esempio Angelo Caneva, che oggi ha 75 anni e gentilmente mi illustra le sue conoscenze e convinzioni, e che ha iniziato questa attività a nove anni seguendo i trifulau esperti e quindi s'é "fatto" da solo il suo primo cane. Bertino (Alberto Brusca) racconta che da ragazzotto, mentre sua Mamma cuoceva la pasta, usciva con il cane e faceva in tempo a rientrare con un tartufo da condire il piatto, visto che allora non c'era molto altro condimento disponibile!

Più grande, la notte, quando tornava da qualche scappatella giovanile, a volte prendeva il cane e faceva un giro per "arrotondare" le entrate: poteva capitare di tornare con le tasche piene di tartufi!


E lui non è mai stato un trifulau famoso; oggi, che in pratica non va più, è pur sempre un grande appassionato di cani, dai quali riesce ad ottenere qualsiasi cosa! Tra Carpeneto e Madonna della Villa, nell' anteguerra e nell' immediato dopoguerra, che andassero regolarmente a tartufi erano circa in dieci: Andrea Prato, Pidrin (Pietro) e Malurin (Giuseppe) Gaggino, padre e figlio, Lin d'Benardo (Vittorio Ferrando), Bono (Giovanni Omobono Gastaldo), Giovanni Pesce, Giovanni Olivieri, Giorgio Ferraro. Attualmente sono meno della metà: Angelo Caneva, Remo Pronzato, Luigino Olivieri. Alcuni altri tuttavia risiedono a Montaldo Bormida, Rivalta Bormida, Trisobbio, ossia in comuni circostanti. La mobilità legata al normale uso dell'auto però comporta oggi un notevole carico anche da parte dei residenti altrove; ciononostante i rapporti reciproci restano sostanzialmente buoni, improntati ad un certo cameratismo, pur considerando "normale" un po' di gelosia per i propri posti, più esattamente per le proprie "poste", ossia precisi punti di potenziale, probabile produzione. Fortunatamente non si è mai sentito verificarsi di casi estremi e riprovevoli, come l'avvelenamento di cani, cosa invece altrove accaduta l'attività ha assunto l'aspetto di "mestiere" e vengono messi in atto interventi di salvaguardia ambientale per conservare la produzione nei siti idonei ed eventualmente aumentarla.


Comunque, da oltre dieci anni è obbligatorio essere in possesso di apposito tesserino - autorizzazione, del costo annuo di circa 200.000 lire, che in realtà sembrerebbe servito solo all' Ente che lo riscuote (Regione)! Il divieto di raccolta fino a circa metà settembre non molto rispettato nè fatto rispettare, cosicché la ricerca del cosiddetti "fioroni" fin dal mese di luglio avviene, pur essendo proibita, con la voglia di addestrare i cani, correndo il rischio di rovinare la corretta crescita dei tartufi pregiati. Un tempo (fino all'immediato dopoguerra) da Cascinavecchia alla testata del Mardelloro ("Merdarolo" delle cartine) quasi tutte le piante "davano" tartufi. Nell'alveo del rio, dopo le piene che ne raschiavano le sponde, era possibile vederne direttamente ad occhio nudo. Oggi, con le fogne canalizzate direttamente (anche se attraverso sistemi di trattamenti di depurazione) nei rii, questo non si verifica più, ma fortunatamente la stessa pianta tartufigena può continuare a produrne fuori dal rio, fino a qualche decina di metri di distanza nei campi adiacenti. Nel complesso la produzione di tartufi in territorio di Carpeneto è diminuita nettamente e le cause sono ravvisabili nell'abbandono della campagna (i tartufi più grandi si trovano nei terreni coltivati, l'erba "compete" con il tartufo), nell'uso dei diserbanti, nello sversamento fognario nei rii di fondovalle (che sempre "davano" tartufi), nell'aratura profonda con potenti trattori che può arrivare a tranciare le radichette che si spingono anche lontano dalla pianta madre e che sono quelle al cui livello si formano i tartufi (micorrize).


Le piante tartufigene sono qui soprattutto i pioppi (che producono un tartufo molto chiaro) e i salici (che producono un tartufo giallastro), seguono le roveri (con un tartufo molto buono), il tiglio e il nocciolo. Ovviamente si tratta sempre del Tartufo bianco; un "nero" non utilizzabile viene prodotto nei noccioli. Il più grosso tartufo trovato da Caneva pesava 420 grammi, raccolto circa trent' anni fa da un salice ("vimine"). Più recentemente gli capitò di racco-gliere (purtroppo a pezzi, probabilmente perché poco "sano") un altro che nel complesso è i risultato intorno ai 600 grammi. La dimensione è in qualche modo legata anche alla morbidezza del terreno (meglio quando coltivato "all'antica") e alla vicinanza con la superficie del suolo. In effetti i più grossi venivano trovati nei vigneti, laddove venivano messi a dimora i salici ("vimini") che erano poi utilizzati per la legatura delle viti. Gli anni "d'oro" possono essere calcolati, a decrescere, partendo dal 1935 ad oggi.

E' possibile avanzare qualche proposta gestionale, tanto più che le conoscenze attuali sono aumentate e pare che localmente si sia potuto avviare una sorta di coltivazione anche di questi tuberi pregiati, micorrizando fin dall'iniziale sviluppo le piante idonee che poi, tuttavia, devono essere messe a dimora in terreni particolarmente adatti.


Raccomandazioni comunque utili vanno dalla coltivazione di specie arboree potenzialmente tartufigene in località note per tale potenzialità, all'aratura poco profonda, all'asportazione della cotica erbosa, alla tenuta in funzione, con operazioni manuali, dei fossetti di drenaggio (attualmente spesso abbandonati) e, ovviamente, alla individuazione e meticolosa conservazione di quegli alberi che notoriamente già producono i preziosi tuberi. E' qui opportuno stigmatizzare quanto verificatosi nell'autunno 1997, nella valle del rio Stanavasso, tra Carpeneto e Montaldo, dove il Genio Civile ha predisposto e fatto eseguire la canalizzazione (motivata dal rischio di esondazioni pressoché inesistenti e comunque qui mai pericolose!) comportando il taglio e l'estirpazione di tutti gli alberi, alcuni dei quali tartufigeni, ignorando ogni richiesta di conservazione. Anche se da un lato il "trifulau" è un "mestiere" in via di estinzione, a Carpeneto almeno (praticamente non ci sono più giovani che lo praticano), e dall'altro mostra un certo incremento da parte di `cittadini' pensionati (anche qui comunque di mezza età o anziani) nell'illusione di un'attività fisica che porti anche un piccolo incremento di reddito, in realtà potrebbe rappresentare una stagionale, interessante ed economicamente valida attività qualora si entrasse nell' ottica costruttiva di una sua valorizzazione e inquadramento corretto su basi tecnico - scientifiche che ormai esistono.